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Welfare del futuro

Obiettivi

Casa resterà nei decenni a venire del sistema di protezione sociale tipicamente europeo chiamato welfare ed emblema dello “stato sociale” o generalmente di quella felice integrazione tra stato, iniziativa privata e volontariato a favore della previdenza e assistenza per i cittadini/e, lavoratori/trici o non lavoratori/trici?

Per quanto rilevanti siano state le forme tradizionali di welfare nella storia dell’ultimo secolo e ancora fino ai giorni nostri, oggi sembrano sempre meno funzionali all’esigenza delle società contemporanee. Tale progressiva decadenza è fortemente percepita in Italia soprattutto fuori dalle città e dalle grandi conurbazioni, nei territori disagiati dal punto di vista della raggiungibilità.

Se analizziamo gli elementi strutturali e culturali dell’attuale sistema, ci accorgiamo che le regole che governano il mondo dell’istruzione e del lavoro sono troppo rigide o comunque non si possono adattare ai cambiamenti in atto,. Ma anche che nessuno stato sociale del XXI secolo può sopravvivere senza una forza lavoro femminile ampiamente attiva, riconvertendo ogni scelta in questi ambiti sotto il profilo del gender mainstram. E ancora salta agli occhi come sia necessaria una nuova “alfabetizzazione sanitaria”, perché sapere come rimanere in salute è un potentissimo fattore migliorare in modo diffuso l’aspettativa di vita in salute e diffondere abitudini salubri tra le comunità.

Il nuovo welfare dovrebbe inoltre passare da interventi reattivi, ex post, a interventi anticipatori, cioè ex ante ovvero di prevenzione, magari con il superamento delle compensazioni in denaro a favore di prestazioni di servizi in natura mirate e di qualità.

Oggi in Italia prevale nettamente la previdenza (pensioni) a scapito della sanità e dei servizi sociali. Una riforma globale del sistema di welfare dovrebbe dunque rimodellare lo stato sociale e preparare reti di sicurezza per le transizioni critiche, quando le persone affrontano nuove difficoltà (passaggi studio-lavoro e viceversa, decisione di generare figli, uscita dal mondo del lavoro, trasferimenti di nuclei famigliari, ecc.). Con il concorso di tutti, della pubblica amministrazione e dei privati, in modo integrato e sostenibile. L’evoluzione del welfare aziendale potrebbe essere in questo senso un potente strumento di progresso?

DOCENTI

ANTONIO FURLANETTO

Scrisse il primo articolo sul rischio nel 1996 per la rivista aziendale della compagnia di assicurazioni per cui lavorava e, anche se non divenne un best-seller, fu il primo segno di quell’interesse curioso di sapere “cosa succede se…” che non si è mai spento. Anche calcolare riserve per sinistri catastrofali di responsabilità civile lo ha spinto a gettare lo sguardo oltre il presente.
Trentino di adozione ma triestino di nascita, si è portato dietro una fatale passione per la cultura tedesca e quella slava, finendo per specializzarsi nel problem solving transnazionale dove culture aziendali, giuridiche ed economiche differenti sono spesso in conflitto.
Ha studiato presso le università di Trieste, Berlino, Lubiana e Genova (Responsabilità civile).

È anche manager, traduttore professionista ma, cosa più rilevante, ha guardato un “cigno nero” negli occhi e quindi può parlarne con cognizione di causa. Lavorando per -skopìa ha reimparato a studiare e si è innamorato delle “linee del tempo” e dei macrotrend.